Marino Benigna

Le opere di Benigna sono l'espressione radicale di uno stato d'animo complesso e indicibile se non attraverso figure deformi, giunture contorte, bocche svuotate e occhi inquieti. Un campionario umano che è paranoia e assenza di azione, collocato in uno spazio altrettanto indistinguibile, dove l'esistenza imperfetta è anche unico elemento di osservazione. Ci sono echi di pittura antica, nelle tele di Marino Benigna, che richiamano le articolazioni nodose e doloranti della Crocifissione di Grünewald, ma anche richiami al cromatismo prezioso della Secessione, alla sofferenza denunciata dai corpi di Schiele. Eppure, proprio laddove il corpo è spesso martoriato e solitario nella sua disperazione, il dramma da camera, privato e intimo, diventa dramma collettivo, che tutti noi possiamo riconoscere: perché risveglia una condizione di inquietudine e chiusura alla quale, dall'urlo di Munch in poi, nessuno riesce più a sottrarsi. Ed è così che la pittura crea un ponte solido tra il nostro pensiero e il nostro agire, tra la nostra condizione e le nostre aspettative. Nella rappresentazione delle difficoltà, Benigna ci assicura una comprensione, che può spaventare, forse, ma che ci dice quanto l’animo sia qualcosa di meravigliosamente complesso.