Franco Anselmi

L’evoluzione della specie vale anche per l’arte contemporanea e spesso, con le sue leggi, interviene per alleggerirla: puntando verso nuove riflessioni, sperimentando la dimensione ludica e definendo nuove, importanti connessioni tra i linguaggi. Dalle tigri di Dalì ai cavalli di Kounellis, dal cagnolino di Jeff Koons allo scoiattolo suicida di Cattelan, la comparsa dell’animale nell’opera continua a depistare con efficacia il cerebralismo soffocante di alcuni dei temi più inquietanti, impegnati e seri del Novecento. Le costruzioni rigorosamente giocose di Franco Anselmi, nella loro ingannevole facilità, attivano – in noi che le osserviamo – una forma di conoscenza del tutto nuova, ravvicinata: tanto che nell’esattezza scientifica dell’uomo di Vitruvio trova spazio la dimensione emotiva, imprevedibile del witz freudiano, che fa piazza pulita dei meccanismi comunicativi utilizzati dall’inconscio e rivela di colpo i contenuti nascosti. Senza ridicolizzarle, le nostre riflessioni più intime diventano così il contrappunto migliore per smascherare una realtà che si basa solo su costruzioni complesse e facciate di inutili splendori. La superficie pittorica è perciò, nelle opere di Anselmi, un banco di prova per tirare le fila sulla nostra autenticità: illusi come siamo dal controllo, ingannati come siamo dall’imprevisto.