Filippo Scimeca

Una delle grandi sfide dell'arte del Novecento è stata oltrepassare lo spazio, superare la percezione fisica, la superficie oggettiva delle conoscenze. Con Scimeca, il superamento del limite sta proprio nella consapevolezza del limite stesso: cioè in una riproduzione costante di quei confini e di quegli spazi che ogni forma e linea, sovrapponendosi, creano. Le tele di Scimeca sono così una “trappola” affascinante fatta di colori scomposti che ci obbliga ad un'osservazione profonda. Osservazione che, tra le tante divergenze soggettive, riconduce all'origine esemplare e collettiva di tutte le nostre conoscenze. In assenza di figura, l'astrattismo, con il suo linguaggio indefinito, riesce – per un suggestivo paradosso – a delineare la forma: cioè l'essenza di ogni codice espressivo, ciò che Kandinskij desiderava rendere metafisico. L'artista e la “sua” tela, l'artista e la “sua” materia, l'artista e il suo corpo hanno sempre fatto da paradigmi – per la verità, mai del tutto risolti – con i quali la pittura ha cercato di dare dignità all'astratto. Filippo Scimeca trova questo superamento proprio nel rigore geometrico, che è pulizia di superfici, generatore di contenuti e infinite velature di colore. Alle ricostruzioni futuriste e vorticiste dell'universo, Scimeca affianca la sua personale, defilata ricostruzione geometrica fatta di forme e di infinte linee che si incontrano.