Domenico Gabbia

Sperimentando con la materia e la stilizzazione, Domenico Gabbia ha costruito un inventario personale, privato, intimo, con il quale ci chiama all'osservazione, regalandoci un mondo primitivo e puro. La grande struttura del Novecento agisce su di lui come uno slancio agonistico verso la sperimentazione di forme autentiche, esemplari, fatte proprie da chi ancora non sa guardare il mondo e lo nomina per la prima volta. Una chiusura, questa, in parte simbolica, in parte crepuscolare, che tuttavia non rinuncia al cromatismo brillante e alla gestualità che richiama talvolta l'estetica di Paul Klee, le sculture di Fausto Melotti, e persino certi esempi di miniatura medievale: dove non c'è prospettiva, ma solo una gerarchia delle forme che riempie di magia e ulteriori significati l'intera raffigurazione. C'è un'infanzia che corre, sulle tele di Domenico Gabbia, e che si afferma con il linguaggio più semplice e “appiccicoso” di chi ha davanti a sé la grande visione del disincanto. Ecco allora le impronte materiche di colore sovrapporsi alle superfici artificiose dei diversi materiali che definiscono il supporto e la concretezza dell'esperienza. Un'esperienza che si dissolve poi nella leggerezza di chi sa cogliere i valori. A questo punto, la letteratura penserebbe al Calvino degli antenati, il design alla semplicità bizzarra di Munari. Probabilmente, l'arte che gioca con la vita è, di per sé, una condizione di tutti.